Secolo XXI

ROBOT, LA COMPETIZIONE CON L’UOMO È APPENA COMINCIATA, MA CHE SARÀ DEL DOPO?

i robot ci rubano il lavoro?

Robot, la competizione con l’uomo è appena cominciata.

Si prenderanno il nostro lavoro? È la domanda più in voga del momento che spesso si associa al reddito di cittadinanza (RDC) quansi a voler cercare a tutti i costi una scusa per introdurlo, come se ce ne fosse bisogno (di scuse intendo).
Ma del DOPO nessuno si interroga?

Qualche tempo fa sono piombato nel bel mezzo di una trasmissione radiofonica su Radio 24 che mi ha confermato alcuni dei miei sospetti ed informato ulteriormente su quanto questa moda serva più a far parlare dei robot in qualità di prodotto all’ingresso del nuovo mercato che non a dirimere questioni sociali urgenti.

Mi pare infatti che, se il pericolo di perdita di posti di lavoro fosse davvero imminente, la società dovrebbe preoccuparsi prima di quale sarà l’uomo del futuro, piuttosto che del robot del futuro.

Questa è la mia personale preoccupazione principale che ho già manifestato in un precedente articolo apparso su scenari economici dal titolo Reddito di cittadinanza e uomo del futuro, chi si occupa di come sarà? e che invito a leggere (è molto breve) per inquadrare l’ottica dell’opinione espressa nell’articolo presente.

La domanda non dovrebbe coglierci impreparati poiché di intelligenza artificiale, che è una forma di automazione dei processi intuitivi, si parla sin dagli anni 70 in riferimento a sperimentazioni e ricerche dal ventennio precedente.

La narrativa di questo aspetto era pressoché underground ancora alla fine degli anni 90, quando per preparare alcuni esami e la tesi di laurea mi occupai proprio di questi temi.

Eppure siamo qui a fremere come foglie invece che provare ad afferrare il senso del cambiamento.

 


 

TASSARE I ROBOT

Lo spunto da cui partiva la trasmissione era la proposta di Bill Gates  di prevedere una tassazione speciale sulle macchine che portano via il lavoro agli esseri umani (chissà se sarebbe stato della stessa opinione se ogni licenza di Office o di Windows fosse stata tassata a suo tempo vista l’automazione che ha portato cancellando posti di lavoro afferenti alla gestione manuale della contabilità…) e del Premio Nobel per l’economia 2013 Robert J. Schiller che è dello stesso avviso.

In realtà la proposta di imporre tasse e contributi previdenziali su ogni robot non è di nessuno dei due.
Originariamente l’idea è di Marie Delvaux, europarlamentare, che avanza questa proposta presso il Parlamento europeo nel maggio del 2016.

Secondo la Delvaux i robot porteranno disuguaglianze sociali.

Apparsa più come una provocazione che altro, quella di Gates mirava a fare intendere che occorrerà prevedere una redistribuzione del reddito che le industrie sottrarranno gioco forza ai lavoratori che si ritroveranno disoccupati o sotto occupati a causa dell’assunzione dei robot nelle fabbriche.

La storia ci ha già insegnato che eventi molto simili si sono già verificati con l’avvento dei primi trattori e delle fabbriche poi introdotti dal modello industriale intorno alla fine del 1800.

Se i casi siano differenti e scientificamente non paragonabili ce lo dirà la storia.

È proprio da questo aspetto che economiaspiegatafacile.it ha preso spunto per iniziare la sua attività come dimostra il video cartoon realizzato ad hoc.

 


 

 


 

LE CONSEGUENZE DELL’ARRIVO DEI ROBOT IN FABBRICA

La domanda che il conduttore poneva a sé stesso ed ai radio ascoltatori era proprio questa: quali saranno le conseguenze dell’arrivo dei robot in fabbrica?

Il robot distrugge o crea posti di lavoro?

In realtà basterebbe osservare il mondo che ci circonda per giungere alle stesse conclusioni del nostro cartone animato e cioè che la tecnologia è entrata in fabbrica già oltre 30 anni.
Non mi riferisco alla catena di montaggio, che pure è cambiata molto, ma all’esempio dei robot impiegati nella verniciatura delle auto.
Un lavoro indubbiamente malsano per l’uomo che in quel ruolo ha certamente perso dei posti senza creare allarme.

Ma allora da dove viene questa paura?

La risposta sta nelle nuove tipologie di robot, atipiche per le nostre abitudini: quelle che condivideranno gli spazi lavorativi con l’uomo.

Si tratta dei robot collaborativi. Molto più vicini fisicamente all’operaio e simili a quelli che si “prenderanno cura” anche in casa di mansioni pesanti o sgradite.
Questo aspetto contribuisce certo ad alimentare l’immaginario, ma non è tutto.

 


DOBBIAMO DAVVERO AVERE PAURA?

Una delle tesi espresse da chi ritiene di no sottolinea che l’automazione dovuta ai robot già aumenta la produttività delle imprese.

Di per sé questo aumenterebbe i proventi fiscali che, come sappiamo, hanno lo scopo di redistribuire la ricchezza che dovesse per questo accumularsi soltanto nelle tasche dei pochi proprietari dei robot.
Quindi se lo Stato applicasse una tassa sui robot scoraggerebbe l’impiego di questa tecnologia riducendo di fatto la possibilità di introitare i proventi fiscali.

La seconda ragione che dovrebbe far propendere per la “liberalizzazione” dell’automazione è che, se ciò non fosse possibile le aziende sarebbero costrette a delocalizzare laddove la manodopera è a basso costo.
Questo per le ovvie ragioni connesse alla globalizzazione.

Ecco che a questo punto il robot consentirebbe di mantenere, anzi di aumentare, la produzione locale/nazionale a tutto vantaggio delle economie interne.

Non solo, avere le fabbriche robotizzate rende più vantaggioso che i centri di ricerca e sviluppo, ma anche le università siano collocate il più vicino possibile. La competizione sta spingendo i cinesi ad approvvigionarsi di robot perché prevedono che la produzione occidentale si avvicinerà sempre di più a casa.

Quindi la competitività ritorna ad essere un problema anche cinese.

Gli interlocutori proseguono evidenziando che, in assenza di un governo mondiale, ci troveremmo in presenza di Paesi che tassano i robot e di Paesi che invece non li tassano, andando così a replicare parimenti il fenomeno della delocalizzazione. E poi la nostra manifattura ha un bisogno smisurato di acquistare competitività rispetto all’oriente e infatti la tendenza l’abbiamo intravista pocanzi.

 


 

Con l’aumento della produttività otteniamo un aumento della redditività e di conseguenza un aumento dei salari che oggi sono compressi, specialmente nel Sud Europa, dal cambio fisso ed una moneta straniera (l’Euro) supervalutata, oltre che dall’arretratezza infrastrutturale.

Qui però va considerato il fatto che negli ultimi decenni il problema è stato che la redditività si è progressivamente sbilanciata a favore del capitale e sempre meno verso il lavoro e questo è uno di quegli squilibri che spettava allo Stato riequilibrare.

Insomma il problema principale a questo mondo è sempre quello su cui i keynesiani come me battono il chiodo da anni: la redistribuzione.

Ma allora un’altra domanda che mi pongo è: i poveri del mondo, in particolare quelli che si trovano nell’immensa stanza della globalizzazione, ne trarranno dei benefici?

La risposta risiede nella tassazione dei robot o nella tassazione dei profitti? Anche l’Economist si è posto questo problema.

“La redistribuzione dello stock del capitale è compatibile con una visione di economia liberale ma è del tutto incompatibile con la visione ultraliberista.” dice il conduttore, e come dargli torto?

 


PAROLA DI NOBEL

Secondo Shiller il fatto che il Parlamento europeo abbia rigettato la proposta di Delvaux è sostanzialmente sbagliata.

Per il premio Nobel infatti l’automazione di Google Home e la rete di taxi auto guidati a Singapore rivelerebbero quanto l’automazione debba essere invece considerata come un pericolo per l’impiego.
Sempre secondo Schiller non va trascurato il disagio sociale prodotto dalla perdita del posto che magari ha richiesto anni di preparazione ai lavoratori.
Quest’ultimo aspetto è interessante proprio in relazione al pezzo Reddito di cittadinanza e uomo del futuro, chi si occupa di come sarà?

Ma dal mio punto di vista deve indurci a rimettere in discussione il sistema scolastico, formativo e universitario, non a difenderlo a priori.

Dal nuovo sistema si dovranno sviluppare le nuove attitudini richieste dal balzo quantico.

Mantenere un ruolo nella società, sostenere una famiglia, identificarsi nel proprio lavoro, le relazioni sociali che si instaurano tipicamente sul lavoro ecc. avranno ancora lo stesso valore nel mondo che ci attende o saremo via via costretti a relazionarci al mondo ed a noi stessi come uomini e donne completamente diversi?

 


PROBLEMA DI INNOVAZIONE O DI ACCELERAZIONE?

A primo acchito può sfuggire un dettaglio importante.

Il problema non consiste tanto nel progresso, quanto piuttosto nella accelerazione che questo ha impresso a sé stesso rispetto all’evoluzione sociale e dell’istruzione volta al lavoro e al completamento della coscienza dell’uomo.

Già la tecnologia parte con un vantaggio sull’uomo in quanto rimane per anni incubata nei laboratori prima di essere “esposta” quando il prodotto è maturo e l’uomo non sempre nel riceverlo.

Ma, di più, qui non stiamo trattando di utensili della conoscenza o della relazione con l’esterno come può essere un telefono, ma di veri e propri collaboraotri dell’uomo.

Secondo i fautori della tassazione dei robot, questa avrebbe tra i suoi effetti positivi quello di rallentare il progresso, aumentare le entrate fiscali (perché andrebbe a colmare il vuoto lasciato dalla crescita della disoccupazione) e, attraverso questi due fattori, concedere all’uomo il tempo necessario all’adeguamento del sistema sociale al nuovo paradigma con la creazione di piani per la riqualificazione dei soggetti colpiti.

Ma questo è possibile ed opportuno?

 


 

Un altro aspetto di cui nessuno sembra accorgersi è quello che io trovo il vero pericolo: l’accentramento della conoscenza.
Delegare a delle multinazionali la produzione di tutto dedicandoci sbadatamente a goderci la vita produce una abdicazione rispetto alla conoscenza ed alla PADRONANZA o se vogliamo anche del semplice controllo di QUELLE TECNOLOGIE.

L’esistenza dello Stato avrà ancora senso? Chi garantirà l’altra metà del cielo economico: i consumatori?

E come la metteremo con il ruolo dell’istruzione, ritornerà ad essere una faccenda da disputarsi fra caste?

Se lo Stato non riprende il ruolo di arbitro e di controllore sul rispetto delle regole e degli equilibri, il progresso nelle mani di chi si troverà?

 


CONSIDERAZIONI SUI FATTI REALI

È quindi necessario riconsiderare il ruolo dello Stato che è diventato marginale a cui spetta però la programmazione dei piani futuri su scala nazionale, visto che su altri piani non c’è verso che ciò avvenga – causa la piega liberista della UE.

Qui entrano in gioco i fattori già considerati dell’istruzione e del sostegno al reddito almeno nelle fasi transitorie del cambiamento.

Il mercato principale del futuro e probabilmente segmento trainante l’economia, sarà la ricerca.

Poi ci saranno altri campi in continuo sviluppo: la conservazione dei beni culturali, la cura della persona, al recupero del dissesto idrogeologico (vedi nostro paper), il campo delle energie, ecc..

 


 

Proviamo, come di consueto, a far parlare un po’ i numeri.

  • Le ricerche ci dicono che nel 2060 il 30% della popolazione europea avrà più di 60 anni (dato che non viene incrociato con quelli inerenti all’immigrazione ma che che ci porterebbero fuori tema).
  • Nel 2016 in tutto il mondo sono stati venduti circa 300.000 robot industriali, una assoluta minoranza sono i robot collaborativi. Nel 2013 furono 170.000 e nel 2008 100.000.
    Stime attendibili prevedono che nel 2020 i robot venduti saranno 500.000.
  • Ad oggi il 70/80% dei robot industriali sono impiegati nella manifattura automobilistica.
  • I maggiori produttori di robot mondiali sono 4: l’italiana Comau, la svizzero/svedese ABB, la cino/tedesca Kuka e la giapponse Fanuc.
  • Il fatturato generato dalla produzione di robot di queste aziende più altre più altre più piccole ammonta a 10 miliardi di euro.
    fonte radio 24.
  • Secondo una ricerca della Banca Mondiale i Paesi a maggiore quota di lavori ad elevata automazione sono: 1° Germania (12%), 4° Italia (9%), 5° USA (8%), 6° Giappone (7%), 7° Corea (6%).
  • La penetrazione dei robot industriali nei singoli Paesi vede la Cina il primo acquirente (160.000 unità acquistate su 300.000 prodotte nel mondo – 392 robot ogni 10.000 operai auromobilistici e 24 robot ogni 24.000 lavoratori non automobilistici).

 


 

L’UOMO NOBILITI L’UOMO

In ultima analisi forse dovremmo quindi occuparci non soltanto di robot ma del concetto di automazione tout court.

Laddove l’automazione andrà a sostituire o a coadiuvare le meccaniche psicofisiche il terreno del confronto sarà sicuramente più interessante.

Per tornare all’articolo auto citato all’inizio, la preoccupazione dovrebbe riguardare più quanto un algoritmo sottrarrà lavoro mentale all’uomo e se costui sarà in grado di sostituire alcune routine con attività intellettuali finalmente rese accessibili dal nuovo tempo libero ritrovato o meno.

Un bel cruccio se, come è vero, già oggi il cittadino medio è dissuaso dal progredire intellettualmente.

A questo aspetto la maggior parte dei fautori dell’automazione come Roberto Cingolani nel suo articolo sembrano comunque interessarsi. Il problema è che non è loro compito provvedere alle soluzioni di questo problema.

Secondo Cingolani “Le rivoluzioni tecnologiche sono sempre un problema, per le classi più deboli.”.
Vero.

Spetta alle medesime rendersi meno deboli e l’unica scala per salire diventa gioco forza quella intellettuale.
I robot genereranno un numero via via sempre meno rilevante di disoccupati se sapremo costruire proporzionalmente un futuro in cui il lavoro si discosterà sempre di più dal modello culturale del passato.

Perché questa scala diventi accessibile a tutti dovrebbe occuparsene la politica prima che intervengano le lobby e gli interessi privati.

E qui casca l’asino.

 


 

Vito Lops del sole 24 ore apprezza questo articolo sui robot ed il futuro della nostra società

 


Gli articoli collegati tra di loro che tratteggiano il mio pensiero in materia di mutazioni sociali e rapporto uomo/macchina/potere:

 

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